Diritto Civile

10Aprile

LA NUOVA CONVIVENZA MORE UXORIO FA DECADERE L’ASSEGNO DIVORZILE - IL PUNTO DELLA CASSAZIONE.

Nuova convivenza more uxorio - Famiglia di fatto. Revoca dell’assegno di mantenimento mediante l’assegno divorzile.

assegno divorzile nuova convivenza more uxorio

Nuova convivenza more uxorio - Famiglia di fatto. Revoca dell’assegno di mantenimento mediante l’assegno divorzile.

Secondo la Cassazione l'instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova relazione famigliare, ancorché di fatto, ovvero una convivenza more uxorio, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell'assegno di mantenimento divorzile stabilito in sede di divorzio a carico dell'altro coniuge e ciò a prescindere se questo avvenga nella casa coniugale o meno.

Infatti, la formazione di una famiglia di fatto (convivenza more uxorio) – costituzionalmente tutelata ai sensi dell'art. 2 Cost. come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell'individuo – è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto post coniugale e, quindi, esclude ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l'altro coniuge, il quale non può che confidare nell'esonero definitivo da ogni assegno di mantenimento attraverso l’assegno divorzile (Cass. n. 02466/2016).

Sul punto la stessa pronuncia richiama una precedente sentenza su una causa di divorzio (Cass. Civile Sent. Sez. 1 Num. 6855 Anno 2015) che aveva delineato in contorni della famiglia di fatto.

Il caso riguarda la corresponsione di un assegno divorzile periodico, diversamente al caso di riconoscimento di un assegno divorzile una tantum.

Contatta un avvocato divorzista al 3384741345.

 

Significato di nuova convivenza more uxorio ed effetti sul mantenimento.

Il significato della convivenza more uxorio è strettamente legata al concetto di famiglia di fatto.

Secondo la dottrina la famiglia di fatto è quella costituita da persone che, pur non essendo legate tra di loro dal matrimonio, convivono come se fossero coniugati (more uxorio), insieme agli eventuali figli nati dalla loro unione. Da questa unione occorre distinguere le mere convivenze occasionali e le coabitazioni aventi diversa natura, quali ad es. le convivenze tra parenti e amici (Torrente, Manuale di diritto privato, Giuffrè editore).

Per cui affinché si possa parlare di famiglia di fatto non è sufficiente la mera coabitazione, dovendosi fare riferimento ad una situazione sociale di natura affettiva, che abbia i caratteri di una certa stabilità e che si esplichi in una comunanza di vita e di interessi e nella reciproca assistenza morale e materiale (Cass. 08 agosto 2003, n. 11975)

 

L'espressione "famiglia di fatto" non consiste soltanto nel convivere come coniugi (convivenza more uxorio), ma indica prima di tutto una "famiglia", portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli.

In tal senso, si rinviene, seppur indirettamente, nella stessa Carta Costituzionale, una possibile garanzia per la famiglia di fatto, quale formazione sociale in cui si svolge la personalità dell'individuo, ai sensi dell'art. 2 Cost.

 

Ove tale convivenza assuma dunque i connotati di stabilità e continuità, e i conviventi elaborino un progetto ed un modello di vita in comune (analogo a quello che di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio) la mera convivenza si trasforma in una vera e propria "famiglia di fatto".

A questo punto viene meno l’obbligo al mantenimento attraverso l’assegno divorzile al coniuge che decide di vivere more uxorio con un nuovo partner.

Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile.

Contatta un avvocato divorzista a Palermo al 3384741345.

 

Scopri di quale tutela gode il convivente tutela possessoria more uxorio all'interno della casa coniugale.

Giuseppe Maniglia - Avvocato divorzista Palermo

Riferimenti: Cassazione n. 6855/2015Art. 2 Costituzione

Posted in Diritto Civile

29Febbraio

Mancata consegna documenti contabili precedente Amministratore di condominio. Cosa fare?

Cosa fare quando l'amministratore uscente si rifiuta di effettuare il passaggio di consegne con il nuovo amministratore del Condominio.

Condominio passaggio di consegne

Il passaggio di consegne tra amministratori di condominio è un adempimento fondamentale della vita condominiale. La completa e tempestiva consegna dei documenti contabili ed amministrativi tra l’amministratore precedente e il neo amministratore condominiale è spesso, però, causa di attriti all’interno del stabile.

 

Capita ormai sempre più frequentemente che il precedente amministratore rifiuti di consegnare i documenti in suo possesso, oppure ne consegni soltanto una parte, mettendo il nuovo amministratore in una situazione di stallo amministrativo e contabile nella gestione del condominio.

 

L’obbligo di consegnare i documenti da parte dell’amministratore.

L’obbligo della consegna dei documenti in ambito condominiale trae fondamento dall’art 1129, comma 8, c.c., secondo il quale sin dalla cessazione dell’incarico, “l’amministratore è tenuto alla consegna di tutta la documentazione in suo possesso afferente al condominio e ai singoli condomini e ad eseguire le attività urgenti al fine di evitare pregiudizi agli interessi comuni senza diritto ad ulteriori compensi”.

 

Inoltre, essendo tale ufficio assimilabile al mandato con rappresentanza, l’amministratore è obbligato a restituire tutto ciò che ha ricevuto a causa dell’esercizio del mandato così come previsto dall’art. 1713 c.c. (cfr. Cass. n. 10815 del 16.08.2000).

La mancata consegna dei documenti contabili crea dei gravi, se non irreparabili, problemi gestionali, impedendo al neo amministratore di poter svolgere correttamente il suo incarico.

 

A titolo di esempio, si pensi che senza il completo passaggio di consegne, il nuovo amministratore di condominio non è nelle condizioni di quantificare l’esatta liquidità del condominio che rappresenta  e ciò anche a causa della mancata consegna del libro cassa (art. 1130 c.c.) e non ha nemmeno contezza dell’entità dei debiti e dei crediti del condominio.

 

Il nuovo amministratore è, inoltre, impossibilitato a redigere il bilancio, proprio perché non ha contezza delle entrate e delle uscite dell’anno precedente.

Ciò comporta una totale indeterminatezza anche nei rapporti con gli enti previdenziali ed assistenziali (es. Inps ed Inail), resi necessari dal fatto che il condominio svolge le funzioni di datore di lavoro (vedi il caso in cui il condominio sia dotato di servizio di portineria).

 

La mancata disponibilità da parte del nuovo amministratore di tutta la documentazione contabile, in relazione alle notorie incombenze di diverso genere e natura che gravano sull'amministrazione di un condominio, può determinare per i condomini, un grave ed irreparabile pregiudizio non agevolmente commisurabile per la situazione di stallo che si verrebbe a creare (in tal senso si è espressa la Cassazione con sentenza n. 11472 del 28.10.91)

 

L’omissione dell’amministratore uscente paralizza, in altre parole, la corretta gestione amministrativa del condominio, tenuto conto anche degli adempimenti fiscali che gravano sulle persone giuridiche.

 

La mancata consegna e i rimedi: il ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c.

I tempi di un’azione giudiziale ordinaria potrebbero pregiudicare la gestione del condominio a causa di un’inevitabile incertezza dei rapporti giuridici che interessano lo stesso, mettendolo nell’impossibilità di ricostruire la situazione economico finanziaria e, quindi, di redigere il bilancio consuntivo e quello preventivo ed esponendolo al rischio di azioni risarcitorie di terzi.

 

A tal proposito è utile sottolineare che lo strumento più breve è quello di adire il Tribunale attraverso un ricorso ex art. 700 c.p.c., il quale permette in tempi ragionevoli (anche pochi mesi) di ottenere un provvedimento giudiziale che condanni il passato amministratore a consegnare al condominio ricorrente tutta la documentazione contabile amministrativa, bancaria, contrattuale in suo possesso, completando, così, il passaggio di consegne con condanna delle spese processuali.

 

I reati a carico dell’amministratore che non consegna i documenti.

Una volta ottenuta l’ordinanza di condanna giudiziale, l’amministratore uscente ha due strade: consegnare tutta la documentazione contabile in suo possesso, oppure continuare con il suo comportamento inadempiente ed omissivo.

In quest’ultimo caso il condominio può decidere di presentare una formale denuncia-querela all’Autorità giudiziaria affinché si proceda penalmente contro il precedente amministratore.

 

Il reato ipotizzabile è quello previsto e punito dall’art. 646 del codice penale (appropriazione indebita che punisce con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a 1.032,00 euro chiunque, per procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso.

Tale reato è aggravato dall’avere commesso il fatto con abuso di prestazione d’opera (art. 61, n. 11 codice penale).

 

Potrebbe essere configurato anche il reato di cui all’art. 388 del codice penale per mancata esecuzione dolosa di un obbligo del giudice.

 

Risarcimento danni derivanti dalla mancata consegna dei documenti contabili al nuovo amministratore.

Oltre alla condanna penale il vecchio amministratore rischia di essere condannato a risarcire i danni al condominio per inadempienza contrattuale qualora quest’ultimo dimostri di aver subito dei danni a causa della mancata o ritardata consegna dei documenti, e ai danni morali derivanti alla consumazione del reato di appropriazione indebita e mancata esecuzione dolosa di un obbligo del giudice.

 

Il caso il esame ha visto coinvolto un condominio rappresentato dallo studio legale. Il Tribunale di Palermo con due diverse ordinanze ha confermato la fondatezza del ricorso e l’applicabilità del ricorso d’urgenza, condannando l’amministratore di condominio uscente a consegnare tutta la documentazione in suo possesso, oltre alle spese processuali.

 

Avv. Giuseppe Maniglia

 

Contatti:

legalemaniglia@gmail.com - 3384741345

Posted in Diritto Civile

04Febbraio

Storno Bonifico Bancario Errato e Accredito bonifico non dovuto | che fare?

storno_bonifico_bancario_errato.jpg

 

Revoca del bonifico bancario errato

A qualcuno è mai capitato di ricevere per sbaglio un accredito in banca? E magari si  è chiesto se è legittimo impedirne la restituzione?

Proviamo ad analizzare la vicenda da entrambi i lati della medaglia per capire cosa è possibile fare in questi casi. In altre parole capire la varie possibilità di azione.

 

Nella vicenda oggi ipotizzata troviamo, infatti, contrapposti almeno due parti. Da un lato chi ha dato disposizioni (errate) alla banca di effettuare un bonifico alla persona sbagliata e dall’altro chi si trova nella veste di destinatario di un accredito bancario non atteso.

 

Chi si accorge di aver effettuato un bonifico bancario errato cerca immediatamente di correre ai ripari chiamando la banca e tentando di revocare l’ordine di accredito.

Dal lato attivo troviamo chi, visionando l’estratto conto della banca, si trova con piacevole sorpresa accreditata una bella somma nel conto corrente.

 

Cominciano così le mille domande, prima di chiamare la banca, e sperare che non sia uno sbaglio. “Sarà una fattura che mi sono ormai scordato di incassare, o magari un bel regalo di un lontano parente colto di un inaspettato spirito di generosità  in prossimità delle feste?”

 

Analizzando l’aspetto di chi ha dato disposizioni di eseguire il bonifico una cosa è certa: la banca nono potrà stornare (rectius, revocare) la somma erroneamente accreditata ad un altro soggetto. E se lo fa, il destinatario potrebbe chiederne all’istituto di credito l’immediata restituzione.

 

Vediamo perché.

 

Storno bonifico bancario errato e Accredito bonifico non dovuto: la disciplina normativa

 

La fattispecie è disciplinata dal D.Lgs. n. 11/2010.

A mente dell’art. 5, “Il consenso può  essere revocato  in  qualsiasi  momento,  nella forma e secondo la procedura concordata nel contratto  quadro  o  nel contratto relativo a singole operazioni di pagamento,  purché  prima che l'ordine di pagamento diventi irrevocabile ai sensi dell'articolo 17”.

 

L’art. 17, in particolare, stabilisce che: “una volta ricevuto dal prestatore di servizi di  pagamento  del  pagatore l'ordine di pagamento non può essere revocato dall'utilizzatore”, salvo alcuni casi particolari. Ed ancora, “[…]per la revoca dell'ordine di  pagamento è necessario anche il consenso del beneficiario”.

 

Riassumendo, in linea generale, una volta che la somma erroneamente accreditata sia entrata nella disponibilità contabile del soggetto beneficiario (detto anche delegatario), questa non può più essere stornata, ovvero revocata e restituita al soggetto che ha erroneamente effettuato il bonifico.

 

Storno bonifico bancario errato e Accredito bonifico non dovuto: la posizione della Giurisprudenza e dell’Arbitro Bancario e Finanziario (ABF)

Ad avvalorare tale tesi sono intervenute varie decisioni dell’Arbitro Bancario e Finanziario (ABF), sostenendo che “alla luce delle disposizioni normative che disciplinano il rapporto di conto corrente non v’è dubbio che lo storno effettuato dalla Banca in mancanza di preventiva manifestazione di consenso da parte del ricorrente (destinatario del bonifico, ndr) sia da valutare illegittimo”(ABF - Collegio di Milano, decisione 844/2010).

L’intermediario dovrebbe, pertanto, non soltanto informare il cliente beneficiario della somma in conto corrente, ma provvedere all’acquisizione della sua autorizzazione prima di provvedere allo storno ed, in difetto, il delegante (cioè chi ha erroneamente ordinato di effettuare il bonifico) non ha altra strada che agire a titolo di ripetizione di indebito (art. 2033 c.c.) nei confronti del beneficiario (ABF - Collegio di Roma, Decisione N. 517 del 28 gennaio 2013).

Sul punto si segnalano, altresì, le decisioni dell’ABF – Collegio di Milano n. 844/2010 e n. 1460/2012, nonché la sentenza del Tribunale di Padova del 22 maggio 1982, secondo la quale la banca non può, “sull'assunto di avere dato l’ordine di bonifico per un errore materiale, stornare la somma accreditata alla banca ordinataria, dopo che questa ha già provveduto ad eseguire l’ordine provvedendo all’accreditamento della somma bonificata nel conto del proprio cliente: salvo patto contrario, infatti, l’accreditamento nel conto corrente bancario ha effetto automatico, indipendentemente dalla comunicazione che ne sia fatta al beneficiario”.

L’accreditamento in c/c bancario è visto, quindi, come annotazione di partita a credito con l’effetto di determinare l’acquisto della disponibilità in favore del correntista.

 

Il Tribunale di Padova, per sostenere simile posizione, evidenzia come tale principio di diritto appare costante in seno alla Corte di Cassazione con le sentenze del 23.01.79 n. 517, del 25.07.72 n. 2545, del 12.01.71 n. 38 e del 30.04.69 n. 1392.

D’altra parte si ricorda che “il correntista può disporre in qualsiasi momento delle somme risultanti a suo credito, salva l'osservanza del termine di preavviso eventualmente pattuito” (art. 1852 c.c.).

 

Da ciò ne consegue, a giudizio del Tribunale, l’inefficacia dell’operazione di storno del bonifico, se avvenuta in data successiva all’accredito della somma nel c/c del beneficiario.

 

Di diverso avviso è stato sino ad ora l’Arbitro Bancario e Finanziario, ritenendo che “dall’accertamento di tale illegittima condotta non può, peraltro, conseguire l’effetto del riaccredito della somma oggetto dello storno, né il risarcimento del danno”(Collegio di Napoli, Decisione n. 2001 del 02 aprile 2014). Ma tale linea, è bene rilevarlo, è sostenuta da un organo di risoluzione stragiudiziale delle controversie privo di poteri giurisdizionali; quindi, seppur autorevole, è alternativo alla giustizia ordinaria non essendo le sue pronunce vincolanti per le parti.

Di sicuro si tratta di un indebito oggettivo (art. 2033 c.c.). Chi ha pertanto disposto l’accredito (delegante) ha diritto a ricevere quanto il beneficiario ha (indebitamente, appunto) ricevuto, senza averne titolo.

Restituzione possibile, se il beneficiario si rifiuta di restituire quanto ricevuto in conto corrente, solo iniziando un’azione giudiziaria con l'assistenza di un avvocato civilista.

 

È possibile, quindi, che il destinatario non abbia nessuna intenzione di restituire quanto erroneamente ricevuto e si adoperi per nascondere il denaro, soprattutto se si tratta di una grossa cifra (la possibilità che vada a vivere in Messico è concreta).

 

Mancata restituzione delle somme erroneamente percepite – Profili penali

Il beneficiario che non restituisce quanto erroneamente percepito potrebbe avere delle conseguenze penali, subendo l’imputazione per appropriazione indebita, reato previsto e punito dall’art. 646 c.p. (“chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1.032 “).

Chi ha erroneamente screditato la somma ha la possibilità, infatti, oltre che dar corso all’azione civile di ripetizione dell’indebito anzidetta, di proporre una querela per tutelare i propri interessi.

Avv. Giuseppe Maniglia

Posted in Diritto Civile

[12 3 4 5  >>