04Febbraio

Affido dei figli nella separazione - Negato l’affido dei figli minori al padre che scredita la figura materna e ne ostacola gli incontri.

Sentenza Cassazione civile, sez. I, sentenza n. 5847 del 12/02/2013

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Separazione giudiziale e affido condiviso: revoca dell’affido per il coniuge che, relazionandosi con i figli, scredita la figura dell’altro genitore.

Oggi parliamo di affido dei figli nella separazione personale dei coniugi. Una materia molto dibattuta per gli avvocati che si occupano di Diritto di Famiglia.

Introduciamo l'argomento prendendo le mosse dall’art. 155 del codice civile, secondo il quale anche in caso di separazione giudiziale dei genitori “il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”. Il Tribunale valuta, quindi, in primis la possibilità che i figli minori restino affidati ad entrambi i genitori, rappresentando l’affido condiviso il “modello” da preferire per un corretto equilibrio nei rapporti tra figli e genitori.

Va negato l’affido, tuttavia, al coniuge che, attraverso il suo comportamento di screditamento, tende a distruggere (invece di mantenere) il rapporto equilibrato e continuativo con l’altro genitore, danneggiando l’equilibrio psichico del minore.

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Il caso affrontato dalla Giurisprudenza (Cass., sentenza n. 5847 del 12/02/2013).

Nel caso di specie il Giudice di primo grado aveva disposto “l'affidamento condiviso dei figli collocandoli presso il padre e disciplinato la frequentazione con la madre”. La Corte di appello, riformava la decisione, disponendo l’affido esclusivo alla madre sulla base di una relazione dei servizi di psichiatria dell’ASL. La relazione, infatti, evidenziava che i figli avevano un atteggiamento negativo nei confronti della madre a causa della condotta del padre che aveva, come detto, screditato la figura materna e ostacolato gli incontri con la stessa. La sentenza veniva, poi, confermata dalla giurisprudenza della Cassazione.

Separazione giudiziale: affidamento dei figli minori e loro audizione.

Secondo l'art. 155 – sexies del codice civile, una volta istaurato il giudizio di separazione dei coniugi, “[…] il giudice dispone, inoltre, l'audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento[…]”.

L’audizione dei figli è, pertanto, un obbligo del primo grado di giudizio.

Tuttavia nel caso l’obbligo venga disatteso, l’unica strada per chiedere la nullità della sentenza è quello di indicare tale manchevolezza nei motivi di appello, cosa che nel caso di specie non è stato fatto. I Giudici della Cassazione, in ogni caso, rilevano che in un contesto di denigrazione della figura materna ad opera del padre (o viceversa) l’audizione dei figli minori, nel giudizio di separazione giudiziale, sarebbe stato condizionato dall’esistenza di una c.d. sindrome da alienazione genitoriale (certificata una relazione del servizio di psichiatria della Asl) causata dalle pressioni paterne. La sindrome avrebbe potuto, infatti, provocare un risultato falsato, frutto del condizionamento psicologico operato da uno dei genitori.

Testo della sentenza: Cassazione n. 5847/2013.pdf

Avv. Giuseppe Maniglia

 

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19Ottobre

Separazione con Addebito – Crisi Coniugale. Quando l’infedeltà coniugale provoca l’addebito della separazione a carico del coniuge traditore?

Infedeltà Coniugale - Separazione coniugale con addebito - Tradimento. CASSAZIONE, sesta sez. civile, n. 16270/2013.

L’INFEDELTA’ CONIUGALE E ADDEBITO PER COLPA DELLA SEPARAZIONE.


Non di rado i ricorsi per separazione dei coniugi con richieste di addebito (per colpa) vengono motivate  dall’infedeltà coniugale dell’altro coniuge. Occorre sottolineare, tuttavia, che il tradimento coniugale non comporta automaticamente la pronuncia di addebito della separazione, pur violando uno degli obblighi nascenti dal matrimonio sanciti dall'articolo 143 del codice civile.

IL PUNTO DI VISTA DELLA CASSAZIONE SULL'INFEDELTA' CONIUGALE E L'ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE A CARICO DEL CONIUGE TRADITORE.


La Corte di Cassazione, pronunciandosi in casi di richiesta di separazione con colpa a carico del coniuge autore del tradimento, ha avuto modo di elaborare dei principi piuttosto elastici, valutando caso per caso se l’infedeltà fosse causa della rottura del matrimonio o una mera conseguenza, a seguito di contrasti insanabili nati in precedenza.
In proposito “il giudice non può fondare la pronuncia di addebito sulla mera inosservanza dei doveri di cui all'art. 143 c.c., dovendo, per converso, verificare l'effettiva incidenza delle relative violazioni nel determinarsi della situazione di intollerabilità della convivenza.

Riassumendo, l'infedeltà di un coniuge “può essere rilevante al fine dell'addebitabilità della separazione soltanto quando sia stata causa o concausa della frattura del rapporto coniugale, e non anche, qualora risulti non aver spiegato concreta incidenza negativa sull'unità familiare e sulla prosecuzione della convivenza medesima” (Cassazione 25618/2007; 13592/2006; 8512/2006)

Il Tribunale deve procedere, quindi, ad una severa valutazione complessiva del rapporto coniugale e del comportamento (anche se infedele) dei coniugi, al fine di stabilire se l’infedeltà coniugale sia stata rilevante ai fini della crisi coniugale, e se il rapporto era già irrimediabilmente logoro tale da tollerare una vita, di fatto, indipendente tra i coniugi. 

Dal punto di vista probatorio è il coniuge, per il tramite del suo avvocato divorzista, che nel giudizio di separazione chiede l'addebito a dover provare l'infedeltà coniugale e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza.

Mentre, è onere dell'altro coniuge provare che la crisi coniugale è stata determinata da fattori indipenti dal tradimento (es. una crisi coniugale nata precedentemente al tradimento del coniuge) (Cassazione, Sentenza del 23/05/2014, n. 11516).

SE IL PARTNER PERDONA L’INFEDELTA’ CONIUGALE SI PUO' OTTENERE UNA SEPAZIONE CON ADDEBITO ?
Se il coniuge tradito manifesta in modo chiaro una volontà riconciliativa con il coniuge che ha intrattenuto una relazione extraconiugale, tale da determinare una ritrovata armonia familiare, deve essere escluso l’addebito della separazione.

Testo della sentenza: Cassazione n. 16270/2013.pdf

Avv. Giusepppe Maniglia

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- Convivente more uxorio e casa familiare

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03Settembre

Tutela della Privacy: Il datore di lavoro non può diffondere la notizia che il lavoratore è assente per malattia, anche se omette di specificare di quale malattia si tratta.

Corte di Cassazione, sentenza n.18980 del 01.08.2013. Tutela della privacy del lavoratore dipendente – Tutela dati personali sensibili.

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PRIVACY: DEFINIZIONE E SIGNIFICATO

Il dizionario della lingua italiana definisce il termine privacy (prununcia: prìvasi) come "l'ambito... circoscritto, esclusivo ed inviolabile, della vita privata dell'individuo e della famiglia"(*). Da un punto di vista giuridico, il diritto alla riservatezza o alla privacy trova fondamento nell'art. 2 della Costituzione, ove si riconosce che la Repubblica s'impegna a garantire "i diritti inviolabili dell'uomo".

Il diritto alla riservatezza è stato, pertanto, definito come "il diritto di escludere ogni invadenza estranea nella sfera della propria intimità personale e familiare" (Torrente A., Schlesinger P., Manuale di diritto privato. Giuffrè editore).

Con l'avvento dell'era di internet e dei social networks (facebook, Twitter, Google+, etc...), la tutella della privacy ha assunto un carattere di primaria importanza, divenendo un'esigenza irrinunciabile della nostra società garantire sia un ampio campo di prevenzione delle violazioni, sia permettere l'applicazione di sanzioni efficaci che abbiano nel contempo un carattere risarcitorio, riparatorio e deterrente. Grazie a Facebook ad esempio permettiamo un uso (rectius, trattamento) quotidiano dei nostri dati personali, a volte anche sensibili (es. notizie riguardanti la salute, l'appartenenza politica, l'orientamento sessuale).

Nell'articolo odierno tratteremo un caso di violazione del diritto alla riservatezza a discapito di un lavoratore dipendente di un ente pubblico, sfociato nelle aule dei Tribunali sino alla Corte di Cassazione. 

TUTELA DELLA PRIVACY DEL LAVORATORE: DATI SENSIBILI

Il datore di lavoro non può diffondere la notizia che il lavoratore è assente per malattia, anche se omette di specificare di quale malattia è affetto.
A giudizio della Cassazione una tale condotta costituisce diffusione di dati personali sensibili, ai sensi del D.lgs. n. 196 del 2003, in quanto attinente alla salute del soggetto (lavoratore) cui l’informazione si riferisce e viola le regole espressamente stabilite dall’art. 22 del predetto Decreto.

Forme di tutela della Privacy del lavoratoreTutela dei dati personali sensibili.
Il lavoratore può agire in giudizio e chiedere la cancellazione dei dati personali sensibili e il risarcimento dei danni ai sensi dell’art.152, d.lgs. n. 196 del 2003.

 

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IL CASO: VIOLAZIONE DELLA PRIVACY DEL LAVORATORE

L’amministrazione di un Comune pubblicava nell’albo pretorio lo stato di malattia di un proprio dipendente, nonché il fatto che lo stesso avesse proposto un’azione giudiziaria per mobbing all’Ente comunale.

IL RAGIONAMENTO DELLA CORTE: DATI SENSIBILI E PRIVACY DEL LAVORATORE

È da notare, infatti, che l’informazione che il lavoratore è assente per malattia, pur non facendo riferimento a specifiche patologie, è in ogni caso idonea a rivelare lo stato di salute dell’interessato e dà luogo ad un trattamento di dati personali sensibili, considerato che la salute “è definibile come stato di benessere fisico e psichico dell’organismo umano, in quanto esente da malattie”. (Sul punto, Garante Privacy: Linee guida in materia di trattamento di dati personali di lavoratori per finalità di gestione del rapporto di lavoro in ambito pubblico - 14.06.2007).
Anche diffondere la notizia di un’azione giudiziaria per mobbing costituisce un illecito trattamento dei dati personali sensibili del lavoratore, poiché la condotta di mobbing del datore di lavoro presuppone una lesione dello stato di salute del lavoratore. Ne consegue che diffondere la notizia che il lavoratore ha intentato un’azione giudiziaria per mobbing all’Ente comunale, equivale -  comunque - a diffondere la notizia dello stato di malattia dello stesso lavoratore.

Inoltre, considerata la diffusione nell’albo pretorio on-line, l’Ente comunale avrebbe dovuto rispettare il criterio della correttezza, della pertinenza e della continenza rispetto alle finalità per le quali sono stati raccolti i dati.
La Cassazione ha già, peraltro, avuto modo di affermare che  “la pubblica amministrazione commette illecito se effettua il trattamento di un dato che risulti eccedente le finalità pubbliche da soddisfare”(Sentenza n. 2034 del 2012).

Avv. Giuseppe Maniglia

Per info e contatti: legalemaniglia@gmail.com

*(Devoto G., Oli G.C., Dizionario della lingua italiana. Le Monnier, Firenze)

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10Luglio

Il ristoratore non ha l’obbligo di sorveglianza del parco giochi all’interno del ristorante

INCIDENTE PARCO GIOCHI - RISARCIMENTO DANNI - RESPONSABILITA' GENITORI

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Il proprietario di un locale (es. ristorante), ove insista anche un’area adibita a parco giochi non risponde in caso degli incidenti da parte dei soggetti che ne usufruiscono (es. caduta bambini), solo se la struttura sia stata costruita e mantenuta a regola d’arte.

La responsabilità sui minori è, pertanto, a carico dei genitori che ne devono sorvegliare il comportamento.

IL CASO: RISARCIMENTO PARCO GIOCHI
Un minorenne, a causa di una caduta verificatesi mentre era su una sedia a dondolo in un parco giochi di un ristorante, subiva delle lesioni. A seguito di ciò, i genitori, citavano in giudizio il proprietario del ristorante, chiedendo il risarcimento dei danni patiti dal figlio, ritenendo che il ristoratore avrebbe dovuto sorvegliare sul parco giochi affinché non si verificassero degli incidenti.
I Giudici di merito accoglievano parzialmente la richiesta dei genitori del danneggiato, ritenendo il ristoratore tenuto al risarcimento in ragione del 20% alla causazione dell’evento e per il restante 80% dichiaravano responsabile il minorenne.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE
I Giudici della Corte di Cassazione riformavano il giudizio, affermando che “la messa a disposizione di un parco giochi a perfetta regola d’arte da parte di un titolare di un ristorante non determina a carico di costui alcun obbligo di sorveglianza dei minori intenti all’uso delle relative attrezzature.”
“La messa a disposizione del parco-giochi da parte del titolare dell'esercizio commerciale non comporta l'assunzione di obbligazioni diverse e ulteriori rispetto a quelle assunte con il contratto di ristorazione e, in specie, non determina alcuno specifico obbligo di vigilare sull'attività di svago dei minori che si accompagnano ai clienti”(salvo l'ipotesi che sia fornito anche un apposito servizio di baby sitter).
Tra l’altro il ristoratore aveva affisso un regolamento d'uso delle attrezzature del parco, riservandone l'uso ai minori dai 5 ai 12 anni esclusivamente sotto la diretta sorveglianza dei genitori.
La responsabilità ricade, pertanto, sui genitori che - nel caso di specie - avrebbero dovuto sorvegliare il proprio figlio.
L'obbligo del ristoratore è, invece, quello di garantire il buono stato d'uso delle attrezzature (che nel caso deciso dai Giudici non era in discussione).

Avv. Giuseppe Maniglia

Contatti: legalemaniglia@gmail.com

 

 

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03Giugno

Risarcimento del Danno da “FERMO TECNICO”.

Danno da fermo tecnico: possibile quantificazione equitativa del danno anche in assenza di prova specifica.

Cos’è il danno da fermo tecnico dell’auto a causa di un sinistro stradale? Ecco la definizione.

Il danno da fermo tecnico può essere definito come il danno economico subìto dal proprietario del veicolo (auto, camion, moto o altro mezzo) per l’indisponibilità durante il periodo necessario alla sua riparazione, ovvero per la forzata inutilizzabilità.
La quantificazione del risarcimento da fermo tecnico può variare, appunto, in base all’entità del danno all’auto che incide direttamente sui tempi tecnici per la riparazione.
Queste spese sono legate al fatto che il proprietario del veicolo, durante il fermo tecnico obbligato, non sfrutta appieno le spese sostenute per la gestione dell’auto (es. tassa di possesso, premio assicurazione, etc…).

A queste spese potranno sommarsi dei costi ulteriori, dovuti ad esempio al noleggio di un veicolo sostitutivo (soprattutto se necessario per la propria attività lavorativa), all'uso di mezzi pubblici o (sporadicamente) del taxi.

Calcolo del risarcimento del danno da fermo tecnico

La quantificazione del danno da fermo tecnico è stata spesso motivo di dibattito in sede di richiesta di risarcimento danni da sinistro stradale, con riguardo – soprattutto – alla sua prova in sede stragiudiziale e giudiziale.
Proprio con riguardo alla quantificazione e all'attestazione del danno per la sosta obbligatoria, alcune pronunce della Cassazione hanno ritenuto necessario un’esplicita prova in merito alla necessità del proprietario dell’auto di servirsi del mezzo durante la sua riparazione e all’impossibilità di procurarsi un mezzo alternativo senza alcun costo.

Altre sentenze, invece, hanno ritenuto possibile un risarcimento del danno da fermo tecnico in via equitativa.

Danno da fermo tecnico: la prova in via equitativa o in concreto?

Per un periodo si è visto affermarsi presso la Corte di legittimità l'orientamento (vedi Cassazione. civile, sez. III, Sentenza n. 6907 del 2012) che riteneva possibile "la liquidazione equitativa del danno (da fermo tecnico, ndr) anche in assenza di prova specifica, rilevando a tal fine la sola circostanza che il danneggiato sia stato privato del veicolo per un certo tempo, anche a prescindere dall’uso effettivo a cui esso era destinato. L’autoveicolo è, difatti, anche durante la sosta forzata, fonte di spesa (tassa di circolazione, premio di assicurazione) comunque sopportata dal proprietario, ed è altresì soggetto a un naturale deprezzamento di valore (Cassazione. 9 novembre 2006, n. 23916; Cassazione, 27 gennaio 2010, n. 1688).”

Tuttavia più recentemente la Corte ha avuto modo di statuire che "il danno da fermo tecnico di veicolo incidentato deve essere allegato e dimostrato e la relativa prova non può avere ad oggetto la mera indisponibilità del veicolo, ma deve sostanziarsi nella dimostrazione o della spesa sostenuta per procacciarsi un mezzo sostitutivo, ovvero della perdita subita per la rinuncia forzata ai proventi ricavabili dall'uso del mezzo" (sentenza n. 20620 del 14/10/2015 richiamata da sentenza n. 9651 del 11/05/2016); il danno da fermo tecnico non è risarcibile neanche in via euitativa ove la parte non abbia provato di aver sostenuto di oneri e spese per procurarsi un veicolo sostitutivo, nè abbia fornito elementi (quali i costi assicurativi o la tassa di circolazione) idonei a determinare la misura del pregiudizio subito  (ordinanza n. 15089 del 17/07/2015)

Avv. Giuseppe Maniglia - Risarcimento del danno da "Fermo Tecnico"

Per ulteriori informazioni sul danno da fermo tecnico o sul diritto al risarcimento del danno a causa di un sinistro stradale potete contattarmi inviandomi una e-mail a legalemaniglia@gmail.com.

Collegamenti esterni: Corte di Cassazione, sentenza 9651/2016.

Leggi anche:

- Risarcimento sinistro stradale causato da una buca sulla strada.

- Separazione e affido condiviso dei figli.

 

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