29Agosto

Assegno di mantenimento divorzile al coniuge | Presupposti e calcolo

Assegno divorzile: i presupposti stabiliti dalla Cassazione a Sezioni Unite e il superamento del tenore di vita.

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Assegno di mantenimento divorzile al coniuge – Presupposti: a chi e quanto spetta.

L’assegno divorzile può essere definito con un trattamento economico periodico corrisposto dall’ex coniuge in favore dell’altro a seguito della pronuncia della sentenza di divorzio (scioglimento o cessazione effetti civili del matrimonio), da tempo legato al tenore di vita dei coniugi in costanza di matrimonio.

Sui presupposti e sui criteri di calcolo dell'assegno vi è stato nel corso degli anni un ampio dibattito in giurisprudenza, in altimo colminato con una recente sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione (n. 18287 del 2018). Ma prima di affrontare i principi enunciati della Cassazione, vediamo cosa dice la legge circa i presupposti e il calcolo dell’assegno, essendo il punto di partenza dell’avvocato che si occupa di divorzi.

A disciplinare il diritto all’assegno di mantenimento in favore di uno dei coniugi è l’art. 5, comma 6 della Legge sul divorzio (Legge 898 del 1970 con le modifiche introdotte con la legge n. 74 del 1987).

Il Tribunale, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio (c.d. sentenza di divorzio), può disporre per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno (c.d. divorzile), “quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”. Assegno divorzile che può venire meno anche nel caso di nuova convivenza more uxorio dell’avente diritto.

Salvo casi particolari stabiliti dalla legge, presupposto di una sentenza di divorzio è che vi sia stata pronuncia, passata in giudicato, di sentenza di separazione in caso di separazione giudiziale (o l’omologa della separazione nel caso di separazione consensuale). Grazie alla riforma del c.d. Divorzio breve ciascun coniuge può chiedere la pronuncia di una sentenza di divorzio decorsi 6 mesi (in caso di separazione consensuale) o 1 anno (nel caso di separazione giudiziale) dalla comparizione dei coniugi innanzi il Presidente del Tribunale nel giudizio di separazione personale.

Il Giudice, nel decidere quanto e a chi spetta l’assegno di mantenimento divozile, deve tenere conto “delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio”.

La natura dell’assegno di mantenimento a seguito del divorzio (c.d. assegno divorzile).

Secondo la giurisprudenza di legittimità all'assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa.

Il suo riconoscimento richiede l’accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi o comunque dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l'applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma. Occorre effettuare, quindi, una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali del marito e della moglie, in considerazione del contributo fornito dal richiedente l’assegno divorzile alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all'età dell'avente diritto al trattamento economico.

Assegno di mantenimento divorzile – Evoluzione giurisprudenziale.

Un primo orientamento della Corte di Cassazione, solo di recente valutata criticamente, cristallizzato nella sentenza delle Sezioni Unite n. 11490 del 1990, rischiava di creare rendite di posizione (soprattutto in favore della moglie) indipendentemente dal contributo personale dell'ex coniuge richiedente l'assegno alla formazione del patrimonio comune o dell'altro ex coniuge, effettuando solamente una comparazione delle condizioni economico-patrimoniale dei coniugi.

Questo orientamento, infatti, legava il riconoscimento dell’assegno di mantenimento divorzile prevalentemente tenore di vita goduto durante il matrimonio dal marito e dalla moglie.

È nata, pertanto, l’esigenza, di interpretare l'art. 5 della legge sul divorzio in maniera più coerente con il quadro costituzionale di riferimento costituito, dagli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione (sul punto anche la sentenza Corte Cost. n. 11 del 2015).

Presupposti e calcolo dell’assegno di mantenimento divorzile - La pronuncia della Cassazione Sezioni Unite, sentenza 11 luglio 2018, n. 18287.

L'art. 5 c. 6 attribuisce all'assegno di divorzio una funzione assistenziale, riconoscendo all'ex coniuge il diritto all'assegno di divorzio quando non abbia mezzi "adeguati" e non possa procurarseli per ragioni obiettive.

Il Giudice è, quindi, chiamato ad una valutazione concreta ed effettiva dell'adeguatezza dei mezzi e dell'incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle condizioni economico-patrimoniali dei coniugi.

Tale verifica è da collegare alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte dell'art. 5, comma 6, al fine di accertare se l'eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all'atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio da moglie e marito, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti.

Assume, pertanto, fattore determinante la valutazione del contributo di ciascun coniuge (sia esso il marito o la moglie) alla formazione del patrimonio comune della coppia e/o del patrimonio dell'altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali del coniuge che richiede l’assegno di mantenimento divorzile, anche in relazione all'età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato del lavoro.

Per quanto premesso, analizzare i presupposti ed effettuare un calcolo dell’assegno di mantenimento divorzile, cioè capire concretamente quanto spetta all’ex coniuge, non è semplice, occorrendo un’analisi anche storica dell’evoluzione reddituale dei coniugi (si veda es. casalinga che ha sacrificato il lavoro per dedicarsi alla famiglia e ai figli).

Avv. Giuseppe Maniglia

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Fonti:

Legge 898/70 (c.d. Legge sul divorzio)

Sentenza Corte Costituzionale n. 11 del 2015

 

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10Aprile

LA NUOVA CONVIVENZA MORE UXORIO FA DECADERE L’ASSEGNO DIVORZILE - IL PUNTO DELLA CASSAZIONE.

Nuova convivenza more uxorio - Famiglia di fatto. Revoca dell’assegno di mantenimento mediante l’assegno divorzile.

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Nuova convivenza more uxorio - Famiglia di fatto. Revoca dell’assegno di mantenimento mediante l’assegno divorzile.

Secondo la Cassazione l'instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova relazione famigliare, ancorché di fatto, ovvero una convivenza more uxorio, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell'assegno di mantenimento divorzile stabilito in sede di divorzio a carico dell'altro coniuge e ciò a prescindere se questo avvenga nella casa coniugale o meno.

Infatti, la formazione di una famiglia di fatto (convivenza more uxorio) – costituzionalmente tutelata ai sensi dell'art. 2 Cost. come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell'individuo – è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l'assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto post coniugale e, quindi, esclude ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l'altro coniuge, il quale non può che confidare nell'esonero definitivo da ogni assegno di mantenimento attraverso l’assegno divorzile (Cass. n. 02466/2016).

Sul punto la stessa pronuncia richiama una precedente sentenza su una causa di divorzio (Cass. Civile Sent. Sez. 1 Num. 6855 Anno 2015) che aveva delineato in contorni della famiglia di fatto.

Il caso riguarda la corresponsione di un assegno divorzile periodico, diversamente al caso di riconoscimento di un assegno divorzile una tantum.

Contatta un avvocato divorzista al 3384741345.

 

Significato di nuova convivenza more uxorio ed effetti sul mantenimento.

Il significato della convivenza more uxorio è strettamente legata al concetto di famiglia di fatto.

Secondo la dottrina la famiglia di fatto è quella costituita da persone che, pur non essendo legate tra di loro dal matrimonio, convivono come se fossero coniugati (more uxorio), insieme agli eventuali figli nati dalla loro unione. Da questa unione occorre distinguere le mere convivenze occasionali e le coabitazioni aventi diversa natura, quali ad es. le convivenze tra parenti e amici (Torrente, Manuale di diritto privato, Giuffrè editore).

Per cui affinché si possa parlare di famiglia di fatto non è sufficiente la mera coabitazione, dovendosi fare riferimento ad una situazione sociale di natura affettiva, che abbia i caratteri di una certa stabilità e che si esplichi in una comunanza di vita e di interessi e nella reciproca assistenza morale e materiale (Cass. 08 agosto 2003, n. 11975)

 

L'espressione "famiglia di fatto" non consiste soltanto nel convivere come coniugi (convivenza more uxorio), ma indica prima di tutto una "famiglia", portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione dei figli.

In tal senso, si rinviene, seppur indirettamente, nella stessa Carta Costituzionale, una possibile garanzia per la famiglia di fatto, quale formazione sociale in cui si svolge la personalità dell'individuo, ai sensi dell'art. 2 Cost.

 

Ove tale convivenza assuma dunque i connotati di stabilità e continuità, e i conviventi elaborino un progetto ed un modello di vita in comune (analogo a quello che di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio) la mera convivenza si trasforma in una vera e propria "famiglia di fatto".

A questo punto viene meno l’obbligo al mantenimento attraverso l’assegno divorzile al coniuge che decide di vivere more uxorio con un nuovo partner.

Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile.

Contatta un avvocato divorzista a Palermo al 3384741345.

 

Scopri di quale tutela gode il convivente tutela possessoria more uxorio all'interno della casa coniugale.

Giuseppe Maniglia - Avvocato divorzista Palermo

Riferimenti: Cassazione n. 6855/2015Art. 2 Costituzione

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29Febbraio

Mancata consegna documenti contabili precedente Amministratore di condominio. Cosa fare?

Cosa fare quando l'amministratore uscente si rifiuta di effettuare il passaggio di consegne con il nuovo amministratore del Condominio.

Condominio passaggio di consegne

Il passaggio di consegne tra amministratori di condominio è un adempimento fondamentale della vita condominiale. La completa e tempestiva consegna dei documenti contabili ed amministrativi tra l’amministratore precedente e il neo amministratore condominiale è spesso, però, causa di attriti all’interno del stabile.

 

Capita ormai sempre più frequentemente che il precedente amministratore rifiuti di consegnare i documenti in suo possesso, oppure ne consegni soltanto una parte, mettendo il nuovo amministratore in una situazione di stallo amministrativo e contabile nella gestione del condominio.

 

L’obbligo di consegnare i documenti da parte dell’amministratore.

L’obbligo della consegna dei documenti in ambito condominiale trae fondamento dall’art 1129, comma 8, c.c., secondo il quale sin dalla cessazione dell’incarico, “l’amministratore è tenuto alla consegna di tutta la documentazione in suo possesso afferente al condominio e ai singoli condomini e ad eseguire le attività urgenti al fine di evitare pregiudizi agli interessi comuni senza diritto ad ulteriori compensi”.

 

Inoltre, essendo tale ufficio assimilabile al mandato con rappresentanza, l’amministratore è obbligato a restituire tutto ciò che ha ricevuto a causa dell’esercizio del mandato così come previsto dall’art. 1713 c.c. (cfr. Cass. n. 10815 del 16.08.2000).

La mancata consegna dei documenti contabili crea dei gravi, se non irreparabili, problemi gestionali, impedendo al neo amministratore di poter svolgere correttamente il suo incarico.

 

A titolo di esempio, si pensi che senza il completo passaggio di consegne, il nuovo amministratore di condominio non è nelle condizioni di quantificare l’esatta liquidità del condominio che rappresenta  e ciò anche a causa della mancata consegna del libro cassa (art. 1130 c.c.) e non ha nemmeno contezza dell’entità dei debiti e dei crediti del condominio.

 

Il nuovo amministratore è, inoltre, impossibilitato a redigere il bilancio, proprio perché non ha contezza delle entrate e delle uscite dell’anno precedente.

Ciò comporta una totale indeterminatezza anche nei rapporti con gli enti previdenziali ed assistenziali (es. Inps ed Inail), resi necessari dal fatto che il condominio svolge le funzioni di datore di lavoro (vedi il caso in cui il condominio sia dotato di servizio di portineria).

 

La mancata disponibilità da parte del nuovo amministratore di tutta la documentazione contabile, in relazione alle notorie incombenze di diverso genere e natura che gravano sull'amministrazione di un condominio, può determinare per i condomini, un grave ed irreparabile pregiudizio non agevolmente commisurabile per la situazione di stallo che si verrebbe a creare (in tal senso si è espressa la Cassazione con sentenza n. 11472 del 28.10.91)

 

L’omissione dell’amministratore uscente paralizza, in altre parole, la corretta gestione amministrativa del condominio, tenuto conto anche degli adempimenti fiscali che gravano sulle persone giuridiche.

 

La mancata consegna e i rimedi: il ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c.

I tempi di un’azione giudiziale ordinaria potrebbero pregiudicare la gestione del condominio a causa di un’inevitabile incertezza dei rapporti giuridici che interessano lo stesso, mettendolo nell’impossibilità di ricostruire la situazione economico finanziaria e, quindi, di redigere il bilancio consuntivo e quello preventivo ed esponendolo al rischio di azioni risarcitorie di terzi.

 

A tal proposito è utile sottolineare che lo strumento più breve è quello di adire il Tribunale attraverso un ricorso ex art. 700 c.p.c., il quale permette in tempi ragionevoli (anche pochi mesi) di ottenere un provvedimento giudiziale che condanni il passato amministratore a consegnare al condominio ricorrente tutta la documentazione contabile amministrativa, bancaria, contrattuale in suo possesso, completando, così, il passaggio di consegne con condanna delle spese processuali.

 

I reati a carico dell’amministratore che non consegna i documenti.

Una volta ottenuta l’ordinanza di condanna giudiziale, l’amministratore uscente ha due strade: consegnare tutta la documentazione contabile in suo possesso, oppure continuare con il suo comportamento inadempiente ed omissivo.

In quest’ultimo caso il condominio può decidere di presentare una formale denuncia-querela all’Autorità giudiziaria affinché si proceda penalmente contro il precedente amministratore.

 

Il reato ipotizzabile è quello previsto e punito dall’art. 646 del codice penale (appropriazione indebita che punisce con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a 1.032,00 euro chiunque, per procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso.

Tale reato è aggravato dall’avere commesso il fatto con abuso di prestazione d’opera (art. 61, n. 11 codice penale).

 

Potrebbe essere configurato anche il reato di cui all’art. 388 del codice penale per mancata esecuzione dolosa di un obbligo del giudice.

 

Risarcimento danni derivanti dalla mancata consegna dei documenti contabili al nuovo amministratore.

Oltre alla condanna penale il vecchio amministratore rischia di essere condannato a risarcire i danni al condominio per inadempienza contrattuale qualora quest’ultimo dimostri di aver subito dei danni a causa della mancata o ritardata consegna dei documenti, e ai danni morali derivanti alla consumazione del reato di appropriazione indebita e mancata esecuzione dolosa di un obbligo del giudice.

 

Il caso il esame ha visto coinvolto un condominio rappresentato dallo studio legale. Il Tribunale di Palermo con due diverse ordinanze ha confermato la fondatezza del ricorso e l’applicabilità del ricorso d’urgenza, condannando l’amministratore di condominio uscente a consegnare tutta la documentazione in suo possesso, oltre alle spese processuali.

 

Avv. Giuseppe Maniglia

 

Contatti:

legalemaniglia@gmail.com - 3384741345

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04Febbraio

Storno Bonifico Bancario Errato e Accredito bonifico non dovuto | che fare?

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Revoca del bonifico bancario errato (c.d procedura di "recall")

A qualcuno è mai capitato di ricevere per sbaglio un accredito in banca? E magari si  è chiesto se è legittimo impedirne la restituzione?

Proviamo ad analizzare la vicenda da entrambi i lati della medaglia per capire cosa è possibile fare in questi casi. In altre parole capire la varie possibilità di azione.

Nella vicenda oggi ipotizzata troviamo, infatti, contrapposti almeno due parti. Da un lato chi ha dato disposizioni (errate) alla banca di effettuare un bonifico alla persona sbagliata e dall’altro chi si trova nella veste di destinatario di un accredito bancario non atteso.

Chi si accorge di aver effettuato un bonifico bancario errato cerca immediatamente di correre ai ripari chiamando la banca e tentando di revocare l’ordine di accredito.

Dal lato attivo troviamo chi, visionando l’estratto conto della banca, si trova con piacevole sorpresa accreditata una bella somma nel conto corrente.

Cominciano così le mille domande, prima di chiamare la banca, e sperare che non sia uno sbaglio. “Sarà una fattura che mi sono ormai scordato di incassare, o magari un bel regalo di un lontano parente colto di un inaspettato spirito di generosità  in prossimità delle feste?”

Analizzando l’aspetto di chi ha dato disposizioni di eseguire il bonifico una cosa è certa: la banca nono potrà stornare (rectius, revocare) la somma erroneamente accreditata ad un altro soggetto. E se lo fa, il destinatario potrebbe chiederne all’istituto di credito l’immediata restituzione.

Vediamo perché.

Storno bonifico bancario errato (recall) e Accredito bonifico non dovuto: la disciplina normativa

La fattispecie è disciplinata dal D.Lgs. n. 11/2010.

A mente dell’art. 5, “Il consenso può  essere revocato  in  qualsiasi  momento,  nella forma e secondo la procedura concordata nel contratto  quadro  o  nel contratto relativo a singole operazioni di pagamento,  purché  prima che l'ordine di pagamento diventi irrevocabile ai sensi dell'articolo 17”.

 

 L’art. 17, in particolare, stabilisce che: “una volta ricevuto dal prestatore di servizi di  pagamento  del  pagatore l'ordine di pagamento non può essere revocato dall'utilizzatore”, salvo alcuni casi particolari. Ed ancora, “[…]per la revoca dell'ordine di  pagamento è necessario anche il consenso del beneficiario”.

Riassumendo, in linea generale, una volta che la somma erroneamente accreditata sia entrata nella disponibilità contabile del soggetto beneficiario (detto anche delegatario), questa non può più essere stornata, ovvero revocata e restituita al soggetto che ha erroneamente effettuato il bonifico.

Storno bonifico bancario errato e Accredito bonifico non dovuto: la posizione della Giurisprudenza e dell’Arbitro Bancario e Finanziario (ABF)

Ad avvalorare tale tesi sono intervenute varie decisioni dell’Arbitro Bancario e Finanziario (ABF), sostenendo che “alla luce delle disposizioni normative che disciplinano il rapporto di conto corrente non v’è dubbio che lo storno effettuato dalla Banca in mancanza di preventiva manifestazione di consenso da parte del ricorrente (destinatario del bonifico, ndr) sia da valutare illegittimo”(ABF - Collegio di Milano, decisione 844/2010).

L’intermediario dovrebbe, pertanto, non soltanto informare il cliente beneficiario della somma in conto corrente, ma provvedere all’acquisizione della sua autorizzazione prima di provvedere allo storno ed, in difetto, il delegante (cioè chi ha erroneamente ordinato di effettuare il bonifico) non ha altra strada che agire a titolo di ripetizione di indebito (art. 2033 c.c.) nei confronti del beneficiario (ABF - Collegio di Roma, Decisione N. 517 del 28 gennaio 2013).

Sul punto si segnalano, altresì, le decisioni dell’ABF – Collegio di Milano n. 844/2010 e n. 1460/2012, nonché la sentenza del Tribunale di Padova del 22 maggio 1982, secondo la quale la banca non può, “sull'assunto di avere dato l’ordine di bonifico per un errore materiale, stornare la somma accreditata alla banca ordinataria, dopo che questa ha già provveduto ad eseguire l’ordine provvedendo all’accreditamento della somma bonificata nel conto del proprio cliente: salvo patto contrario, infatti, l’accreditamento nel conto corrente bancario ha effetto automatico, indipendentemente dalla comunicazione che ne sia fatta al beneficiario”.

L’accreditamento in c/c bancario è visto, quindi, come annotazione di partita a credito con l’effetto di determinare l’acquisto della disponibilità in favore del correntista.

Il Tribunale di Padova, per sostenere simile posizione, evidenzia come tale principio di diritto appare costante in seno alla Corte di Cassazione con le sentenze del 23.01.79 n. 517, del 25.07.72 n. 2545, del 12.01.71 n. 38 e del 30.04.69 n. 1392.

D’altra parte si ricorda che “il correntista può disporre in qualsiasi momento delle somme risultanti a suo credito, salva l'osservanza del termine di preavviso eventualmente pattuito” (art. 1852 c.c.).

Da ciò ne consegue, a giudizio del Tribunale, l’inefficacia dell’operazione di storno del bonifico, se avvenuta in data successiva all’accredito della somma nel c/c del beneficiario.

Di diverso avviso è stato sino ad ora l’Arbitro Bancario e Finanziario, ritenendo che “dall’accertamento di tale illegittima condotta non può, peraltro, conseguire l’effetto del riaccredito della somma oggetto dello storno, né il risarcimento del danno”(Collegio di Napoli, Decisione n. 2001 del 02 aprile 2014). Ma tale linea, è bene rilevarlo, è sostenuta da un organo di risoluzione stragiudiziale delle controversie privo di poteri giurisdizionali; quindi, seppur autorevole, è alternativo alla giustizia ordinaria non essendo le sue pronunce vincolanti per le parti.

Di sicuro si tratta di un indebito oggettivo (art. 2033 c.c.). Chi ha pertanto disposto l’accredito (delegante) ha diritto a ricevere quanto il beneficiario ha (indebitamente, appunto) ricevuto, senza averne titolo.

Restituzione possibile, se il beneficiario si rifiuta di restituire quanto ricevuto in conto corrente, solo iniziando un’azione giudiziaria con l'assistenza di un avvocato civilista.

È possibile, quindi, che il destinatario non abbia nessuna intenzione di restituire quanto erroneamente ricevuto e si adoperi per nascondere il denaro, soprattutto se si tratta di una grossa cifra (la possibilità che vada a vivere in Messico è concreta).

Mancata restituzione delle somme erroneamente percepite – Profili penali

Il beneficiario che non restituisce quanto erroneamente percepito potrebbe avere delle conseguenze penali, subendo l’imputazione per appropriazione indebita, reato previsto e punito dall’art. 646 c.p. (“chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1.032 “).

Chi ha erroneamente screditato la somma ha la possibilità, infatti, oltre che dar corso all’azione civile di ripetizione dell’indebito anzidetta, di proporre una querela per tutelare i propri interessi.

Avv. Giuseppe Maniglia

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06Giugno

Decreto Ingiuntivo Provvisoriamente Esecutivo – Guida Pratica

Decreto Ingiuntivo provvisoriamente esecutivo | Ecco quando viene concesso

 Decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo

1) DECRETO INGIUNTIVO PROVVISORIAMENTE ESECUTIVO (ART. 642 C.P.C.)

Ottenere un decreto ingiuntivo con provvisoria esecuzione rappresenta per molti creditori e per i rispettivi avvocati un’arma molto efficace per il recupero crediti.
Il debitore è, infatti, costretto a dover pagare quanto intimato nel decreto ingiuntivo senza alcuna dilazione, ovvero anche in caso di opposizione nel termine concesso. Ecco perché tanto interesse nel comprendere i casi in cui è possibile servirsi del procedimento d’ingiunzione con apposta la formula esecutiva in calce.

Ebbene, per illustrare in modo corretto i casi concreti di esecuzione provvisoria del decreto ingiuntivo, credo sia utile partire da quanto stabilisce in merito il codice di procedura civile. Il procedimento d’ingiunzione è, infatti, regolato dagli articoli 633 e seguenti di tale codice.

 

1.1) Decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo: quando “deve” essere concesso

Secondo quanto disposto dall'art. 642 c.p.c., il giudice "deve" emettere un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo nel caso in cui il credito sia fondato su:

  1. cambiale;
  2. assegno bancario o circolare;
  3. certificato di liquidazione di borsa;
  4. atto ricevuto da notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato;

 

1.2) Decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo: quando “può” essere concesso

Il secondo comma del medesimo articolo stabilisce che, a prescindere dai casi precedenti, il giudice "può" concedere esecuzione provvisoria del decreto ingiuntivo nel caso in cui vi sia:

  1. pericolo di grave pregiudizio nel ritardo;
  2. ovvero se il ricorrente produce documentazione sottoscritta dal debitore che provi il diritto;

 

Il codice di procedura civile introduce, quindi, una valutazione discrezionale del giudice di carattere cautelare, legata al pericolo di grave pregiudizio del ritardo o alla produzione in giudizio di documentazione sottoscritta dal debitore.

In questi casi il Tribunale ingiunge al debitore di pagare la somma o consegnare il bene immediatamente, autorizzando in mancanza l'esecuzione provvisoria del decreto e fissa il termine entro il quale l’ingiunto (debitore) può proporre opposizione.

LA CAUZIONE - Il Tribunale può, inoltre, subordinare la provvisoria esecuzione del decreto al deposito una idonea cauzione a carico del ricorrente (è il giudice stesso, nel provvedimento che dispone il pagamento senza dilazione, a stabilire forme e modalità di deposito della cauzione).

IL GRAVE PREGIUDIZIO NEL RITARDO - A giudizio della giurisprudenza tale grave pregiudizio è connesso alla probabile infruttuosità dell'azione esecutiva, ad esempio perché sono già in essere iniziative di altri creditori che possono aggredire il patrimonio del debitore ingiunto. Oppure il debitore stia compiendo atti di disposizione del patrimonio al fine di spogliarsi di beni aggredibili da chi ha ottenuto l'emissione del decreto ingiuntivo.

DOCUMENTAZIONE SOTTOSCRITTA DAL DEBITORE - La documentazione sottoscritta dal debitore che povi il diritto, invece, dà maggiori garanzie e certezza all'esistenza del credito ingiunto e  fa presumere l'assenza di future contestazioni.

 

Il decreto, quindi, viene rilasciato con l'apposizione della formula esecutiva, permettendo - così - al creditore di procedere all'esecuzione forzata. 

In altre parole il creditore avrà la facoltà di notificare congiuntamente l'atto di precetto e il decreto ingiuntivo munito di formula esecutiva (titolo esecutivo), e - decorsi 8 giorni concessi dall’atto di precetto – potrà richiedere il pignoramento. Procedura che pare non essere stata modificata dalla riforma della giustizia 2014, in fase di approvazione.  

Casi frequenti di concessione della provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo riguardano i ricorsi in materia di lavoro subordinato, dove il lavoratore chiede l’ingiunzione per il pagamento degli stipendi (compresa la tredicesima mensilità) e del trattamento di fine rapporto lavorativo (TFR). La immediata esecutività del decreto ingiuntivo viene concessa poiché il credito è provato da dei documenti provenienti dal creditore (es. busta paga emessa dal datore di lavoro e C.U.D. ).

 

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1.3) Decreto ingiuntivo Condominio – La provvisoria esecuzione e i documenti necessari

Una ulteriore possibilità di emissione del decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo riguarda il caso in cui l’avvocato procede su mandato dell’amministratore del condominio per la riscossione dei contributi condominiali. Questo avviene in base allo stato di ripartizione (sia preventivo, che consuntivo) approvato dall’assemblea dei condomini ( Art. 62 disp. Att. C.c.).

L’amministratore può (e in certi casi deve) agire anche senza che sia necessario la preventiva autorizzazione dell’organo assembleare (art. 1131 c.c.). Dicevamo “deve” perché l’amministratore ha l’onere di agire per il recupero forzoso delle somme dovute dai condomini morosi (emissione del decreto ingiuntivo e successivo pignoramento) entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio cui le somme si riferiscono, pena il rischio che l’assemblea gli revochi il mandato (art. 1129 c.c.).

Come abbiamo visto, la concessione della provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo riguarda l’eccezione, in quanto di regola il debitore ingiunto ha un termine di 40 giorni per pagare o opporsi al decreto. Vediamo come.

 

2) DECRETO INGIUNTIVO PER OTTENERE UNA SOMMA DI DENARO

Il ricorso per decreto ingiuntivo, disciplinato dagli articoli 633 e seguenti del c.p.c., è un procedimento speciale e sommario, mediante il quale un creditore di una somma liquida di denaro o di una determinata quantità di cose fungibili può ottenere un’ingiunzione di pagamento emesso dal giudice, mediante il quale ingiunge, appunto, il debitore di pagare una determinata somma o consegnare un certa quantità di beni (fungibili) entro un termine stabilito (come detto, solitamente 40 giorni).

 

2.1) Decreto Ingiuntivo: la somma liquida di denaro o di una determinata quantità di cose fungibili

Ma vediamo cosa s’intende per somma liquida di denaro e per cose fungibili, con alcuni esempi.

Un credito è liquido quando è già determinato nel suo ammontare (es. importo di una fattura non ancora pagata) o è di facile determinazione con un semplice calcolo (es. lavori di rifacimento di un pavimento con prezzo stabilito a metro quadrato).

Il credito non è liquido quando si chiede una somma a titolo di risarcimento danni che non sia già determinata nel suo ammontare (es. sinistro stradale, danno da errore medico, danno morale). In questi casi sarà necessario avviare un'ordinario giudizio di cognizione e non il più celere procedimento per ingiunzione.

I  beni fungibili sono quelli che possono essere sostituiti facilmente con altre appartenenti allo stesso genere (es. 10 Kg di farina di grano).

 

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2.2) Decreto Ingiuntivo: La prova scritta

Affinché il Giudice possa firmare un decreto d'ingiunzione è necessario che il diritto fatto valere sia dimostrato da una prova scritta. Tale condizione deriva dal fatto che si tratta di un procedimento molto efficace e rapido nei confronti del debitore, per cui è necessario che abbia un certo grado di fondatezza (fumus boni iuris) già all’inizio del procedimento (momento del deposito del ricorso per decreto ingiuntivo).

La giurisprudenza ha avuto modo di precisare che la prova scritta idonea per l’emissione di un decreto d’ingiunzione è qualsiasi documento meritevole di fede quanto ad autenticità, che attesti l’esistenza del credito (Cass. sentenza n. 9232 del 2000; Cass. sentenza n. 3000 del 2010), come ad esempio le fatture, l’estratto del conto corrente, i titoli di credito (cambiali ed assegni), il verbale dell’assemblea che approva il bilancio del condominio.

Le fatture non pagate (come anche i registri i.v.a.) debbono essere autenticate dal notaio o da un commercialista prima di depositarle in Tribunale. Ili professionista (che assume la veste di pubblico ufficiale) autentica con una frase del tipo: " la presente copia fotostatica di fattura, composta da 1 foglio, è conforme all'originale documento esibitomi e restituito".

 

Ai sensi dell’art. 634 c.p.c. sono in ogni caso considerate prove scritte - idonee per usufruire del procedimento d’ingiunzione - le polizze, le promesse unilaterali per scrittura privata, e i telegrammi.

Se il creditore è un imprenditore che esercita un’attività commerciale, sono altresì considerate prove scritte gli estratti autentici delle scritture contabili previste dall'art.2214 e seguenti del c.c., nonché quelle prescritte dalle leggi tributarie, purché bollate e vidimate nelle forme di legge e regolarmente tenute.

 

3) RICORSO PER DECRETO INGIUNTIVO PER OTTENERE L’INGIUNZIONE DI CONSEGNA DI UNA COSA MOBILE DETERMINATA

L’emissione del decreto ingiuntivo può anche essere richiesta non solo da chi ha diritto ad una somma liquida di denaro, ma anche da chi ha diritto alla consegna di una cosa mobile determinata ( si pensi ad es. il caso di compravendita di un’autovettura identificata con un determinato numero di telaio, pagata ma non consegnata).

 

Avv. Giuseppe Maniglia

Contattami: legalemaniglia@gmail.com

 

Fonti e collegamenti esterni: artt. 633, 634, 642 c.p.c. - artt. 1129, 1131, c.c. - Art. 62 disp. Att. C.c.

gerard800

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